mercoledì 20 settembre 2017

Ovunque tu sia

Ieri notte ha piovuto forte, stavo al letto e improvvisamente ti ho sentito.


Eri lì, tra le gocce e il vento.
Dopo un viaggio di quasi un anno ho avuto la coscienza che sei arrivato, non so bene dove, non so in quale dimensione, ma sei arrivato e sei in pace.
Nella pace furiosa di un temporale di fine estate ti ho sentito e ti ho sentito tranquillo, sereno, dopo l'inferno in terra che hai vissuto e che ti hanno costretto a subire.
Eri lì, un alito lieve, una carezza che nessuna mano è in grado di replicare e una strana coincidenza: il giorno del tuo ricovero.
Aspettavo il segno della fine del tuo viaggio: ora so; è terminato, sei giunto nella destinazione finale.
Sapevo che sarebbe giunto con la pioggia notturna, ma non sapevo quando.
Aspettami papà, quando sarà il mio tempo saremo insieme pioggia e vento.


Non piangere sulla mia tomba …

Non piangere sulla mia tomba Non sono qui.
Non sto dormendo. Io sono mille venti che soffiano;
Sono lo scintillio del diamante sulla neve
Sono il sole che brilla sul grano maturo
Sono la pioggia lieve d’autunno.
Quando ti svegli nella calma mattutina
Sono il rapido fruscio degli uccelli che volano in cerchio
Sono la tenera stella che brilla nella notte
Non piangere sulla mia tomba Io non sono lì

Canto degli indiani Navajo

venerdì 15 settembre 2017

I vicini di casa



Inutile negarlo: ognuno ha i propri e sono tutti stronzi.

E' quella strana categoria, della quale facciamo involontariamente parte e con la quale conviviamo tutti a meno di non vivere in una abitazione tra il nulla e l'addio -cit. da Million dollars baby- nel cuore dell'Alaska.
I miei vicini si dividono in due categorie: stronzi e mediamente stronzi. Quelli del mio stesso condominio appartengono alla seconda categoria: ad esempio quando avevo i ragazzi ancora piccolissimi camminavano scalzi, parlo di bambini di un anno e mezzo e la vicina si lamentava del rumore dei passi, la mattina non la notte, io spiegavo che non ero dotata del tappeto di Aladin, che non potevo procurarmelo, metterli sopra a trasportarli per casa, ma lei doveva studiare e quindi ogni spostamento era diventato come camminare sui chiodi. Ora, anni di distanza, i suoi nipoti a furia di sbattere le porte e tirare le sponde del letto da tutte le parti, hanno provocato il crollo dell'intonaco delle sue pareti e alcune crepe nel muro che divide il mio appartamento dal suo, muro che avevo insononorizzato anni orsono.  Eehh... le nonne cambiano prospettive a anche i decibel dell'udito.  Poi ci sono quelli che mi vedono arrivare da lontano, nel mio caso carica di borse della spesa tipo Befana il  6 Gennaio, mi guardano imboccare il vicolo che porta all'ingresso ed ecco che con un ultimo sguardo tra il trucido ed il beffardo lasciano andare il portone e io resto fuori tra arance che rotolano, uova che scricchiolano, chiavi introvabili e spesso inizia anche a piovere. Passiamo a quelli che sono come i parenti: quando gli servi ti cercano dopo aver ottenuto il favore spariscono e se casualmente t'incontrano sulle scale fanno finta di parlare al cellulare.
Passiamo ora a quelli stronzi del tutto.
Sono i dirimpettai che nel mio caso hanno tutti il giardino o il cortile e allora vai di grigliate a tutte le ore, cani e gatti insonni, ragazzini che sembrano i figli del demonio: il mio dirimpettaio inizia la festa del primo maggio il 25 aprile - unisce la feste- e la termina il 4 o 5 maggio; di solito sono un sessantina di adulti e un centinaio di ragazzini che tra tuffi in piscina, palloni che non vanno in rete ma nel nostro viale, fanno sembrare un cortile come un villaggio vacanze di Rimini. Le grigliate del tipo vanno dalle 10 del mattino  in poi senza smettere mai, il tipo è anche cacciatore e pescatore quindi non puoi fuggire dall'odore di carne che arrostisce da marzo a novembre e spesso i miei panni s'impregnano di quell'afrore molto poco gradevole. Essendo il tipo narciso doc, mi tocca sorbire la sua visione all'alba, in tenuta mimetica, cartuccere armacollo e figlio di 5 anni vestito come lui. Ridicolo, oltre che, ovviamente, stronzo.
Gli altri dirimpettai bloccano il viale con le loro auto e capita di rimanere sequestrati in casa: ma c'è un fatto, sono criminali incalliti, entrano ed escono galera più spesso di quanto io riesco a a farmi passare le inca@@ature, hanno una zia/cugina magistrato e quindi il carcere è solo un miraggio; in questo caso preferisco soprassedere e adottare l'atteggiamento delle tre scimmiette.
Ah quanto vorrei una piccola baita in un posto sperduto dell'Alaska, tra il nulla e l'addio, con i vicini  più vicini a qualche centinaio di chilometri.

domenica 13 agosto 2017

Attenti all'uomo



E così hanno ucciso anche questa orsa che viveva nel suo territorio, direte: ma ha aggredito e ferito un uomo; è vero, l'ha fatto, bisogna però precisare che il Trentino è zona di orsi, lo sanno gli abitanti, i turisti sono avvisati da numerosi cartelli e, non ultimo, il cane del ferito ha abbaiato all'orsa che quasi sicuramente aveva dei piccoli.
Conosco molto bene il Trentino e lo amo, ma ultimamente questa smania di ammazzare gli orsi mi sta facendo venire la nausea; chi visita quei luoghi lo fa per vivere un contatto diretto con ogni aspetto della sua natura: ho percorso sentieri impervi, scalato l'Adamello, mi sono persa nel giro dei cinque laghi nei pressi di Campiglio, ho visto nascosto tra la vegetazione un meraviglioso gatto selvatico, ho visto le poiane, le aquile e gustato ogni aspetto di quei luoghi. E ho visitato il lago di Tovel.

Il lago di Tovel è un luogo stupendo incastonato in mezzo alle montagne e cartelli come quello sopra sono presenti nei pressi di un bar rifugio. La vicenda risale a più di  dieci anni fa. Arriviamo dopo tanti di quei tornanti da rimpiangere il residence ma mia figlia non lo aveva mai visto, io lo conoscevo da molto tempo e sapevo della strada orribile da percorrere. Insomma giunti lì sembrava più o meno Ostia a Ferragosto e noi non siamo tipi così sociali e preferiamo defilarci un po'.  Troviamo un angolino poco distante dalle decine di persone e scattiamo centinaia di foto, mangiamo panini e dolci e riponiamo qualsiasi cartaccia nello zaino per riportarla a valle; mentre la gente si sposta in massa nel bar/rifugio noi quattro decidiamo di fare il giro del lago da sinistra verso destra per evitare il bar e i suoi avventori; è primo pomeriggio, l'aria è calda, l'odore del lago forte; c'incamminiamo in fila indiana: mio figlio all'epoca appena sei o sette anni davanti, papà dietro,  mia figlia e io a chiudere la fila. Parliamo, ridiamo, fotografiamo il piccolo armato di piccozza e scarponi poi io e mia figlia decidiamo di entrare nel lago: l'acqua è gelida e quasi viscida, immediatamente decine di girini si attaccano alle gambe. Fantastico.
Siamo a metà del percorso, riprendiamo il giro, il bosco s'infittisce oscurando i raggi del sole, alla nostra sinistra una parete boschiva in salita limita l'orizzonte, smetto di fissare la cima innevata del Crozzon di Brenta e percepisco un rumore di fronde scosse, resto qualche passo indietro e guardo in mezzo a quegli alberi fitti: in realtà temo qualche maniaco perchè vengo da una città nella quale sono queste le cose da temere, invece percepisco un odore forte, di selvatico e terra fresca. In quell'istante il cuore mi manca un battito: guardo rapidamente intorno e non c'è anima viva, sulla sponda opposta vedo il rifugio, torno a fissare gli alberi e vedo le chiome smuoversi. Ora non ho più dubbi: chiamo mio marito per allungare il passo e mettere il piccolo dietro di lui, sono consapevole che i nostri zaini sono un richiamo olfattivo enorme, tiriamo fuori tutti le piccozze  mentre sentiamo tutti un grugnito alieno, come di un soffio potente e curioso. Ci mettiamo meno di cinque minuti e 400 battiti al secondo a raggiungere il bar, svuoto immediatamente tutti gli zaini dalle cartacce e guardo i cartelli affissi tutt'intorno: l'area è regno dell'orso.
Pochi giorni dopo eravamo di nuovo a Roma e il telegiornale mandò un servizio che raccontava di un turista che ebbe un incontro troppo ravvicinato con un orsa sulla sponda sinistra del lago di Tovel: ebbe la freddezza di toglersi lo zaino e tirarlo lontano per distogliere l'orsa. Ci guardammo in faccia tra lo stupito e il terrore più totale.
Io amo ancora il Trentino, ma stanno sbagliando tutto, se alcune aree sono territorio degli orsi bisogna vietarne l'accesso ai turisti e non per puro arricchimento farne rischiare l'incolumità e poi scannare gli orsi: è il loro posto, la loro terra, i loro cuccioli, siamo noi gli estranei. Se vi entrassero degli sconosciuti in casa cosa fareste, non li cacciareste via? E così fanno gli orsi.
Mi dispiace moltissimo per l'ennisimo orso ammazzato, era anche una femmina, di nuovo una femmina, significa niente piccoli e se ne aveva, nuovi orfani; nemmeno nelle remote regioni dell'Alaska  dove si pratica la caccia per la sopravvivenza si uccidono le femmine.
E noi le ammazziamo perchè anche sapendo che ci sono animali pericolosi dobbiamo fare azione illogiche o arricchire le casse della regione.
Io non mi farei il bagno in Sudafrica o in Australia, e voi?

giovedì 27 luglio 2017

Reborn: la saga dell'orrore.


Quelle che vedete sono  immagini di due prodotti commerciali: una nata per divertire e l'altra per terrorizzare. Guardate attentamente: quella terrorifica è la prima, la bellissima neonata dalla pelle di pesca.
Questo prodotto si chiama "bambola reborn" è vietata ai minori di 14 anni perchè non è un giocattolo, può arrivare a costare migliaia di euro e legalmente sarebbe un prodotto da collezionismo. Ma non è così, almeno non sempre. Sono sempre più numeroe le donne che usano queste bambole per simulare la maternità e non parliamo di un oggetto nato per superare un eventuale lutto, fatto affermato da psichiatri che s'interessano al fenomeno; sono giovani donne che pur non volendo un figlio vero usano questo simulacro di bambino per poter vivere le esperienze che comporta la maternità.
Ci sono gruppi Facebook  blindatissimi chiamati "Il mio bambino speciale" nei quali le pseudomadri si scambiano esperienze, nomi di pediatri, ricette di pappe, contatti di baby sitter, indirizzi di negozi per neonati, come se fosse normale, fosse normale portare un pupazzo dal medico, pagare 10 euro l'ora una ragazza per guardare una bambola dormire eternamente e c'è chi addirittura compra abitini o li chiede in parrocchia portandosi dietro il bimbo speciale infagottato nella copertina colorata.
Ecco un esempio:


Ho trovato post di donne che hanno avuto colloqui con baby sitter che si sono rallegrate per quanto fosse tranquillo il bimbo e le " mamme " dispiaciutissime per non averle potute assumere. Ovviamente.
Ero già rimasta sconvolta dalle novelle mamme che partoriscono in casa e attaccano la placenta al fiocco messo negli androni e si innervosiscono quando l'amministratore riferisce le lamentele dei condomini per l'odore e lo sgocciolamento nauseabondo. E pi ci sono quelle davvero fuori di brutto che offrono alla vicina di casa la ricottina fresca fatta col loro latte...
Ormai siamo al paradosso della follia, perchè viene accettata socialmente: è quasi normale che io vada in giro con un pupazzo al collo, compri gli omogenizzati, faccia la fila dal pediatra, interpelli puericultrici  e via dicendo. Il fatto è che di solito si pensa ai pazzi come quelli che vanno in giro a parlare coi piccioni, che fanno o dicono cose strampalate, ma allora, questo nuovo e terrificante fatto che accade ormai da qualche tempo, cosa è? Da dove prende origine e fino dove potrà arrivare?
La bambola assassina la trovo rassicurante al confronto dell'altra, almeno lei non ha una "mamma" fuori di testa.

Fonti
http://ilsignordistruggere.com/index.php/2017/07/26/mio-bimbo-speciale-ep1-la-tata/#more-1672

venerdì 21 luglio 2017

Viaggiatori nel tempo

Voglio riproporre un mio vecchio post che ottenne un enorme numero di visualizzazioni, è molto intrigante e pone degli interrogatevi. Eccolo qua.

Ieri, mentre ero intenta a scribacchiare sul pc, mia figlia mi chiama e mi dice:" Sai ma', non è che ho tanta voglia di dirti gli affari miei, ma c'è uno che m'interessa; uno che non è come tutti i soliti truzzi o quelli tutti omologati. Oh, ma' senti, a me piace, adesso ti faccio vedere la foto." Gira lo schermo del suo pc verso me e questo è quello vedo.
- " Bel tipo! Un po' grande per te, però se ti piace........ Ma che è un dark, un dandy; certo che è una gran bella foto, si occupa di fotografia forse?! Di musica? Sembra un cantante di un gruppo rock?"
- Mamma, questo si chiama Robert Corneluis, è figo eh!! E' perfetto per me, peccato che sia morto nel 1893."
Insomma questo uomo affascinante è stato l'autore del primo autoscatto della storia e a tutt’oggi il fascino tenebroso di Cornelius continua a riscuotere consensi, tanto che  è citato in diversi siti web dedicati a “fichi storici”.
Mia figlia sostiene che questo uomo sia un viaggiatore del tempo! Lei crede che esista una porta spaziotempo, che permette agli uomini di spostarsi a spasso nelle epoche. Certo che è un pensiero affascinante! A chi non piacerebbe?!
Come non ricordare le foto più note di questo fenomeno.
E' il 1940 e sulla destra un giovane indossa occhiali da sole di figgia ipermoderna, una t-shirt con stampa e sembra maneggiare una fotocamera.Non centra nulla con il resto delle persone.
Qui siamo nel 1929 alla prima di un film di Chaplin e una signora sembra parlare ad un cellulare.
Io credo sia un cornetto acustico.
Certo che Cornelius conserva un fascino non indifferente, confrontato a certi personaggi odierni che vengono spacciati per sciupafemmine o, peggio, ci si sentono, ci credono. Beati loro!
Io sono un po' meno stile "Voyager" di mia figlia, ma quanto mi dispiace che questo Cornelius non sia disponibile!
Per una volta che gliene piaceva uno!

lunedì 10 luglio 2017

Genitori 2.0


Il lavoro di mia figlia è fonte di continue ed inaspettate comiche cittadine.

Signora:  Dove trovo qualcosa per mia figlia di 71 mesi?
Figlia: Qui non vendiamo grattugie
Signora: Che significa? Ma se è pieno di vestiti?!
Figlia: Ah... pensavo fosse  una forma di parmigiano.

mercoledì 5 luglio 2017

Si vis pacem para bellum





Chi aspira alla pace, prepari la guerra.
Una locuzione latina sconosciuta alla persona della quale voglio parlare e raccontare il suo percorso faticoso durato un lustro. Cinque lunghi anni di battaglie interiori, che il protagonosta ha perso, non per viltà o inadeguatezza ma, solo perchè si preparava allo scontro finale.
Si vis pacem para bellum.
Chissà quante volte se lo sarà ripetuto, non in latino, parafrasato, nelle lunghe notti insonni o nelle giornate nere, quelle dove pensi che solo la fuga possa essere la salvezza. Una fuga che io stessa ho lungamente auspicato, per la quale ho urlato, supplicato, pianto, sbattuto i pugni sul tavolo: mi ha sempre risposto: " Non sono io quello che deve andarsene, io non fuggo."
Un percorso arduo che ha visto scontri accesi, parole pesanti come pietre, clima teso, che ha obbligato il protagonista ad un percorso di analisi, perchè lo avevano convinto che quello sbagliato fosse lui, quello "diverso", quello che non sta nel branco, quello fuori, quando per "fuori" s'intende qualsiasi cosa.
E' la storia di un ragazzo che ha subito un bullismo pesante, sfinente, che continuava sui social oltre le ore scolastiche, dove i complici principali erano miei coetanei: l'interclasse, donna di mezza età che inoltrava email nelle quali faceva profili psicologici che forse aveva letto su Novella 2000, se ancora esiste nelle edicole, non osteggiata da professori indifferenti, ai quali importa solo dello stipendio mensile e terrorizzati dall'interclasse che li faceva lincenziare con una facilità estrema. Ci sono stati scontri fisici con un professore di educazione fisica: minacce ad una donna, me, spintoni, urla e dita puntate ad un millimetro dal viso; mi ha accusato di tutto: dalla falsità fino alla violenza mentre mi urlava in faccia il suo odio, ricordandomi sempre che parlavamo di uno "sfigato", parole usate da un professore verso un suo alunno e pagato da noi contribuenti; Carabinieri che consigliavano di lasciar correre o toglierlo dalla scuola, ma lui non cedeva: " Non sono io quello sbagliato."
E ingoiava e andava avanti giorno dopo giorno, reo persino di non amare il calcio e quindi retrocesso tra gli sfigati, tra quelli che non contano: non veniva nemmeno messo nella lista della classe quando c'era qualche gita. Invisibile. Ha interrotto anche i colloqui con lo strizzacervelli quando gli ha detto che lui non aveva alcun problema: troppo avanti per mentalità meschine.
L'ho supportato sempre anche se speravo che cedesse e cambiasse scuola.
Poi la matutità, quando escono i risultati delle tre prove, l'interclasse apre un concistoro su whatsapp dove mette in dubbio i risultati delle suddette, l'inadeguatezza della commissione esterna perchè "qualcuno" ha preso voti troppo alti in confronto  a suo figlio e decide di supervisionare tutte le tesine e assistere a tutti gli orali per evitare ulteriori sbagli nei confronti di suo figlio e che quel "qualcuno" non prenda voti troppo alti. La notte prima degli esami l'ha trascorsa col peso della presenza sgradita alla sua prova, poi ha detto: " Posso farcela, so quello che faccio."
E' andato.
Appalusi dai tre unici compagni che lo stavano ascoltando, strette di mano e congratulazioni dal presidente e dalla commissione esterna.
E' uscito a testa alta, sorridendo finalmente, mentre si lasciava il campo di battaglia alle spalle.
Si vis pacem para bellum.
Ha scelto la pace preparandosi ad una guerra che ha stravinto, non importa il voto di uscita, sono solo numeri: ha dimostrato di essere un uomo con la U maiscola.
Mio figlio.
Denigrato, messo in disparte, trattato come uno sfigato , per 5 anni trasparente, ha retto botta e ha dimostrato a tutti di che pasta è fatto un uomo.
 Non ha bisogno delle mie gonne sotto cui pararsi, non ha bisogno di paracadute: se cade è in grado di rialzarsi da solo, non ha bisogno di denigrare nessuno; ci sono riusciti  benissimo da soli.
Resta come sei figlio mio, è nella diversità di pensiero la vera forza, è fuori dal branco che si diventa uomini e tu l'hai dimostrato.
Ti voglio un mondo di bene.
La tua mamma.


lunedì 3 luglio 2017

Se questi sono genitori...




Ormai i centri commerciali sono diventati le moderne agorà, ma se nelle piazze si disquisiva di filosofia e politica, in questi luoghi infernali regna la realtà del nulla. Personalmente li detesto e non li frequento mentre mia figlia ci lavora, in uno di quelli dove vendono talmente tante tipologie merceologiche che le famiglie usano passarci intere domeniche se non tutto il fine settimana ritornando puntuali alle 9 di mattina fino a quando la vigilanza li butta fuori alle 10 di sera. E con i bambini dietro. Di ogni età, da quelli che prendono i palloni dalle ceste e li tirano dappertutto nell'indifferenza totale di chi li accompagna, a quelli che sbrodolano il gelato sui vestiti fregandosene altamente, a quelli che svomitazzano in ogni dove mentre i genitori si dileguano, per arrivare a neonati di pochi giorni  trascinati per ore e ore sotto getti impietosi di aria condizionata, tonnelate di virus e tanto altro ancora.
Ieri sera, secondo giorno di saldi, torna a casa sconvolta e mi racconta l'ennesima, inconcepibile, azione di due " genitori": virgolettati perchè indegni di tale ruolo.
Questo il fatto.
Arriva alla cassa principale, quella di mia figlia, una signora preoccupata con una bambina in braccio: aveva il ciuccio in bocca, il pannolino strapieno e accaldatissima; parla con mia figlia e racconta che la piccola stava gattonando da sola nel reparto scarpe mentre: per tutto il tempo che la signora si misurava calzature la piccola andava da sola in giro in mezzo alle gambe di centinaia di persone che la ignoravano. La signora  aveva cercato in giro qualcuno che stesse cercando la piccola  ma dopo una mezz'oretta decide di prenderla in braccio e scendere le scale mobili per andare al desk, terrorizzata dai pedofili, da un possibile rapimento, da un abbandono e da un incidente qualsiasi.
Mia figlia chiama immediatamente la vigilanza e chiede al direttore di visionare subito le telecamere interne e del parcheggio mentre alla piccola viene data dell'acqua e un giocattolino: tutta la gente in fila alle casse si avvicina e si guarda intorno alla ricerca di qualche parente. Per oltre mezz'ora, malgrado gli avvisi, non viene nessuno a " recuperare" questa piccoletta, nell'ultimo si avvisano i genitori che verranno avvisate le forze dell'ordine e gli assistenti sociali.
Magia.
Si palesa tra la folla che si apre come il Mar Rosso un tipo con un sorriso beffardo che senza una parola prende in braccio la figlia e ritorna a fare acquisti, nemmeno avesse perso il gatto. Le telecamere inquadrano gli amorevoli genitori intenti a scegliere costumi.
Nel pomeriggio ritornano alla cassa di mia figlia per pagare: la bimba dorme sfinita nel carrello della spesa con lo stesso pannolino di ore prima mentre il padre paga uno slip da mare bianco come quello che indossa David Gandy nella pubblicità di Dolce e Gabbana e la mamma amorevole le solite zeppone stile passeggiatrice.
Lo dicevo quando avevo  15 anni e lo confermo a viva voce ora che ne ho molti di più: nessuno impone di fare figli ma, per chi decide di diventarlo, una perizia psichiatrica ogni 6 mesi deve diventare obbligatoria.

mercoledì 14 giugno 2017

Ordinario girone dantesco




La storia della signora ricoverata in ospedale e ricoperta di formiche mi ha rattristato ma non sconvolto: succede mille volte al giorno in qualsiasi ospedale e pronto soccorso italiano, di qualsiasi regione, isole comprese. Come si dice dalle mie parti: triste a chi tocca.
Non voglio togliere alcun merito alle eccellenze mediche che, qui e là, dispensano miracoli, speranze di vita e vittorie impensabili, purtroppo sono mosche bianche in uno scenario di squallore e menefreghismo senza fine.
Il mese scorso ho avuto la triste sorte di dover ricorrere al pronto soccorso: arrivo poco dopo le 19 ed in brevissimo tempo mi fanno ECG, prelievi e flebo antidolorifiche, ma nessun medico mi vede, solo infermieri; sono quasi soddisfatta dal momento che sul pc risultava affollato in modo severo, oltre 240 accessi l'ora. Mi ritrovo in uno stanzone, in piedi, col trespolo della flebo, attorniata da decine di persone, uomini e donne in sedie a rotelle e un paio di " fortunati" su barelle vecchie e malconce. Dopo una mezz'ora nel viavai di infermieri e nuovi accessi di malati, qualcuno si accorge che sto lentamente scivolando a terra sul linoleum che dire sporco è un eufemismo, l'infermiere va a cercare una sedia a rotelle e me la porta. Da allora, le venti e trenta circa, arriveranno le quattro e trenta del mattino successivo prima che riesca a parlare con un medico. Durante questo tempo ho modo di osservare: gli infermieri fanno prelievi senza guanti, ubriachi e barboni occupano le sole due barelle disponibili, vomitano a terra e tutti facciamo una fatica disperata a non replicare  insieme la stessa azione: sarebbe interessante vedere l'effetto prodotto. Dovrei andare in bagno ma ho il terrore che mi freghino la  sedia recuperata a fatica, ci poso la borsa sopra pregando una signora, anche lei in attesa, di controllarla, trascino il trespolo e scopro in bagno sacchi di materiale biologico dall'odore nauseante e sospetto, cominciò a pensare che morirò di qualche infezione ospedaliera e appena recupero la mia sedia mi cospargo di Amuchina come se non avesi un domani. Ovviamente sto morendo di sete, è mezzanotte passata da un pezzo siamo sempre  più numerosi, abbandonati nello stanzone con una promiscuità inaccettabile, uno degli ubriachi si alza dal pisolino, va in bagno e lo rende inagibile, i malati si lamentano ma gli addetti hanno finito il turno: meno male che sono andata prima, purtroppo ancora non so che uscirò ben oltre le  cinque del mattino. Arriva una donna con una mascherina con dei filtri al carbone, la mettono vicina a me e comincio a trattenere il fiato: cosa avrà questa poveretta? Ebola, tbc, polmonite, morbillo? Ha proprio il morbillo e noi disgraziati ormai siamo quasi disperati: o schiattiamo per il motivo per cui siamo qui o ci becchiamo qualche altra cosa; mi torna in mente che alle elementari ebbi il morbillo e mi tranquillizzo ma una donna incinta buttata su una sedia da una vita ha una crisi isterica, primo perchè l'ubriaco non molla la barella, secondo perchè il morbillo è letale per i feti. Portano via l'infetta e dopo dieci minuti ne arriva un'altra, intanto il clochard decide che facciamo troppo chiasso e si lamenta di non poter dormire. C'è da dire che oramai facciamo fatica anche a respirare e comunque il suo odore  provoca la nausea a tutti i " parcheggiati". Gli infermieri decidono di liberare la barella dell'ubriaco per cederla alla donna incinta ma arriva un rom talmente strafatto che è steso immobile e così rimane fino a quando un barelliere decide di portarlo via per fargli il Narcan in vena. E con lui se ne va la barella. Guardo la mia flebo vuota e decido di chiuderla e staccare la cannula: nessuno si accorge che l'ho fatto da sola e non il personale preposto, in realtà preferisco così visto che i guanti sono un optional. I fazzoletti sporchi rotolano tra le gambe degli infermieri, le pozze di vomito si solidificano lentamente, cartoni di pizza e brick di succhi di frutti si ammucchiano qua e là, i malati rimangono parcheggiati come le auto in un centro commerciale, i medici sono figure mitologiche. Molti anziani hanno bisogno di cambiare il pannolone e chiamano aiuto, gridano o sussurrano aiuto, mi viene da piangere. Alle cinque e mezza ritorno a casa, butto tutti gli abiti in lavatrice con mezza bottiglia di disinfettante, ho in mente tutte le diagnosi dei miei colleghi del girone dantesco dal momento che venivano dette in pubblico senza alcuna parvenza di privacy, come le visite dal medico, nei box diagnostici divisi solo da un telo svolazzante che non veniva chiuso quasi mai se non dietro insistenza dei malati che ancora avevano un po' di forza . La visita di controllo l'ho trovata per l'8 gennaio 2018. Ho il vago sospetto che dovrò rivolgermi al privato.
La sanità italiana fa' schifo. Qui lo dico e lo confermo senza timore di smentita alcuna.
Dimenticavo: la dottoressa mi ha detto che ero disidratata: ci volevano dieci anni di università per capire che dopo oltre nove ore senza bere è il minimo che possa succedere.

venerdì 9 giugno 2017

Telemarketing selvaggio



Da mesi e mesi ero in balia di telemarketing sfrenato e aggressivo, cellulare e fisso squillavano senza sosta; all'inizio erano diversi numeri di Milano,  se rispondevo si mostravano aggressivi e insistenti, dopo un po' infilavo il telefono in mezzo ai cuscini del divano per non sentirlo e squillava almeno 20 volte senza interruzione. Non ho uno smartphone ma un vecchio modello  e di conseguenza non posso bloccare le chiamate in entrata e  nemmeno il cordless  ha  questa funzione; non posso iscrivermi al registro delle opposizioni  (come se servisse)  perchè ho un numero riservato che mi dovrebbe tutelare e invece mi lascia in balia di questo stalkeraggio legalizzato. Nelle ultime settimane ne ricevevo sino a 20 al giorno, sabato compreso e ora di cena fissa. Nemmeno un amante respinto! Un numero in particolare  08231656265 era arrivato ad un vero e proprio stalking da manuale; ho raggiunto il limite della sopportazione quando tre settimane fa, dopo 12 ore di attesa al pronto soccorso e svariate flebo di antidolorifici oppiacei e relativo stordimento, ho provato a riposare sul divano: una telefonata dopo l'altra, insistente, sfinente, intollerabile! Ho fatto un po' di ricerche e ho trovato un cordless che permette di stilare una blacklist, praticamente in commercio esiste solo questo e il fatto la dice lunga su quanto introito porti questo telemarketing; l'ho comprato, ho stilato una lista di numeri proibiti e... non mi telefonano più o almeno non mi squilla! E basta pure sul cellulare, evidentemente ci deve essere un nesso! Averlo saputo prima...
Però mi chiedo: perchè ho dovuto spendere soldi per un nuovo telefono e nessun organo preposto si muove per far cessare questo stillicidio? Pubblicità va bene ma  molestare le persone rientra nei reati penali.
Anni fa parlai persino con Rodotà, all'epoca garante della privacy, per lo stesso problema con Teletu, riuscii a trovare sede legale e responsabile del servizio telemarketing, lo comunicai a coloro indicatomi dal Garante e in breve tempo tutto finì.
Ora è tutto più complicato, i nostri dati sensibili venduti, passati di mano come se fossimo materiali di poco conto, ci vengono estorte informazioni e molte ne diamo senza rendercene conto aderendo alle varie social card di cui tutti abbiamo il portafoglio pieno e una volta dato il nostro consenso siamo nelle mani dei call center di mezza Europa. Pensiamoci bene  prima di divulgare i nostri dati e se mai vi capitasse un' odissea come la mia, bloccate tutto sul nascere.
Benedetto il mio nuovo telefono!

giovedì 18 maggio 2017

Child 44



Questa sera, su Raitre, trasmettono il film tratto da questo romanzo. L'interprete principale é l'eccezionale  Tom Hardy, attore poliedrico di grande talento e solo questo basterebbe come motivo per guardare il film.
Voglio però parlare di questo romanzo veramente straordinario, erano anni che non m'imbattevo in una storia e in un talento del genere. Se poi si pensa che questo è stato il romanzo d'esordio e quindi come esordiente è arrivato ai lettori, la mia stima accresce ulteriormente.
Tom Robin Smith si ispira ad una vicenda che sconvolse la Russia, ex Unione Sovietica, per un lasso di tempo durante il quale il durissimo modello comunista  pretende uno Stato perfetto in cui il crimine non deve esistere.
Non è il solito thriller, perchè se lo fosse non ne sarei così entusiasta.
La narrazione si addentra nei più gelidi meandri di una Mosca comandata da un regime di ferro, dove un semplice veterinario viene torturato con iniezione di canfora pur di fargli dire quello che si vogliono sentir dire. E siccome in questo Paese così perfetto il crimine non può esistere, il povero piccolo bambino trovato squartato lungo la ferrovia viene catalogato come morte accidentale.
Da questo momento in poi il protagonista Leo Demidov, alto funzionario della polizia segreta, vedrà la sua vita e la sua carriera sbriciolarsi come il ghiaccio che incornicia ogni scena di questo capolavoro. Indurre il sospetto, creare una verità piacente al regime anche di fronte all'oggettività degli eventi, porterà Leo verso l'autodistruzione.
Quando le vittime cominciano a moltiplicarsi e Leo si ritrova retrocesso in una landa glaciale e sperduta, tutto sembra perduto: la sua  capacità deduttiva, il suo senso del dovere, il rapporto con sua moglie tacciata di essere una spia.
La storia prende ispirazione dalle gesta del mostro di Rostov Andrej Chikatilo e dalla sua capacità di rendersi praticamente invisibile persino al rigido sistema di spionaggio russo.
Quello che apprezzo maggiormente è lo stile dello scrittore, in particolare l'uso dei dialoghi: Smith esce dagli schemi, da qualsiasi consiglio delle scuole di scrittura. I dialoghi, scarni, si alternano all'uso del discorso indiretto facendo uso del carattere corsivo e senza alcuna delle solite banalità: "disse, rispose, chiese, osservò..." Io trovo geniali tutti quelli che escono dagli schemi e Smith l'ha fatto con ottimi risultati; anche i salti temporali, che di solito  detesto, lui riesce ad integrarli andando contro a tutte le regole e regolette che gli addetti ai lavori ci propinano. Talento allo stato puro.
Un libro bellissimo, ben scritto e che vanta un'ambientazione agghiacciante e da brivido, le pagine trasmettono la paura vera, per la quale non servono mostri, ma bastano gli uomini ed un regime folle ed omicida. Non solo lo consiglio, ma lo raccomando.

sabato 1 aprile 2017

Il giorno che scoprii i tre liberti











Un primo pomeriggio di sole tiepido, insolito per la metà di Febbario; decido di camminare lì, lungo quegli acciottolati intrisi di un glorioso trascorso di storia  e contornati da ville talmente lussuose da pensare siano finte. E il profumo dell'erba che ancora conserva la bruma mattutina, le chiacchere di qualche runner vestito ipertecnologico ma col fiatone e qualche cagnone senza guinzaglio che mi guarda scondinzolando, tra signore con tacchi non adatti alle asperità di via Appia antica che mi passano accanto ignorandomi mentre mi siedo appoggiandomi al tronco di un albero secolare che forse avrà visto chissà quali misfatti. Il sole mi scalda le gambe, alzo gli occhi al cielo: tra l'azzurro incredibile di una metropoli troppo stanca alcune nuvole  bianche riportano il vento gelido del mese invernale. Mi piace il freddo. Me ne sto lì, quasi invisibile, tra stranieri entusiasti con teleobiettivi in grado di fotografare la Luna, manutentori che nella mia periferia non se ne vedeno da decenni, e oasi di solitudine e silenzi. Le margherite hanno cominciato già a fiorire, sulle loro corolle si inerpicano maggiolini e orride creature, ma oggi non fuggo da loro, sto cercando di fuggire da me stessa; per questo me ne sto qui, confusa tra l'erba, le rovine di un impero e le mie. Quest'albero che mi protegge come un legionario svetta oscillando dolcemente, il  suo profumo di resina è inebriante, avvolgente: mi sta abbracciando e io lo sento.
Appoggio la testa al tronco possente e rugoso, infischiandomene se ci possano essere insetti, e io ho la fobia degli insetti, strano, ma tutto cambia prospettiva quando cerchi di uscire da un incubo.
E allora la vedo.


Non l'avevo vista mai, eppure io questa strada la conosco come le mie tasche: ogni rovina, ogni sasso, ogni sampietrino finto tolto dalle strade statali e rimesso qui a coprire le buche. Sacrilegio.
M'infilo gli occhiali perchè non riesco a decifrarla: ma da quanto sta qui? Perchè non l'ho vista prima? Sembra essere sbucata dal nulla, da una porta alchemica. Mi alzo e raggiungo il lato opposto della stada. Cerco di leggere l'incisione ma è complicata, col dito seguo le lineee che compongono la scritta ma non capisco: è un reperto di una bellezza incredibile, quasi intatto, una linea moderna e colmo di mistero. Non ho uno smartphone, non posso cercare nessuna spiegazione sul pc e allora torno al mio albero e me la stampo in mente: una pietra quadrata che mi racconta di qualcuno, forse più d'uno, di uomini che qui sono passati, sono visuti, non mi trasmette morte o sangue, mi arrivano vibrazioni di  vita.
Avevo ragione.
Tornata a casa ho fatto ricerche.
La tavola dei tre liberti e la loro storia, che con secoli di distanza, in uno splendido pomeriggio di febbraio, sotto le braccia protettive di un enorme albero, si è unita alla mia storia: tutti e quattro nello stesso esatto punto del mondo.
In quel momento sono stata felice.

Titolo
Blocco appartenente al monumento sepolcrale dei Valeri
Definizione
Blocco marmoreo iscritto. Il campo epigrafico è riquadrato da una semplice modanatura costituita da un listello e da una gola. Si conserva nei pressi del probabile luogo di ritrovamento.
Misure
Altezza cm 73; larghezza cm 88; spessore cm 25.
Iscrizione
L(ucius) Valerius L(uci) l(ibertus)
Baricha,
L(ucius) Valerius L(uci) l(ibertus)
Zabda,
L(ucius) Valerius L(uci) l(ibertus)
Achiba.
Traduzione
Lucio Valerio Baricha, liberto di Lucio; Lucio Valerio Zabda, liberto di Lucio; Lucio Valerio Achiba, liberto di Lucio.
Commento
Questa epigrafe sepolcrale riporta il nome dei defunti Lucio Valerio Baricha, Lucio Valerio Zabda e Lucio Valerio Achiba, tutti e tre liberti di un Valerio, che diede loro il gentilizio (che corrisponde al nostro cognome) ed il prenome Lucio (elemento residuo dell’antica onomastica in cui costituiva il nome personale, non ha corrispondenze nel nostro sistema di nomi).
Non è specificato il legame che li univa, ma si può pensarli liberti di uno stesso patrono pur se non si può escludere che fossero legati da una parentela più stretta (fratelli, padre e figli?).
I loro nomi, Baricha, Zabda e Achiba, di origine ebraica, erano particolarmente diffusi in Transgiordania e in Siria, probabilmente loro terre di provenienza. A Roma invece questi elementi onomastici erano tra i meno ricorrenti dato che se ne registrano pochissimi confronti.
Liberti e schiavi dei Valerii sono ricordati anche in altre iscrizioni della via Appia, rinvenute a poca distanza, (vedi la scheda di Lucius Valerius Giddo e di Paris). E’ noto che, nel mondo romano, i liberti di una stessa famiglia mantenevano, tra loro e con gli antichi padroni, stretti rapporti, anche di natura economica e professionale; pertanto non è impossibile ipotizzare la pertinenza delle iscrizioni ad una medesima area sepolcrale destinata alla famiglia servile di questa gens.
Si può osservare che il gentilizio Valerio rievoca una nutrita serie di illustri personaggi di rango senatorio, che hanno popolato, con funzioni di grande rilevanza, la vita politica, sociale e culturale di Roma, prima in età repubblicana, poi in epoca imperiale. Tuttavia, data la grande diffusione del gentilizio, e la mancanza di sicuri indizi, è difficile accertare il collegamento di questi liberti con i membri più importanti della gens.
L’epigrafe è caratterizzata dall’elegante fattura delle lettere e dall’accurata impaginazione del testo.
Considerando i caratteri grafici, lo schema ad elenco adottato per l’iscrizione, nonché il tipo di edificio sepolcrale cui il blocco appartiene, si può assegnare questa epigrafe al I d.C.
CIL, VI 27959
Inventario della Soprintendenza Archeologica di Roma: 400893.

venerdì 31 marzo 2017

Aspettando che scivoli


Sto aspettando
Resto seduta e aspetto
Svolgo il mio lavoro e aspetto
Parlo, rido, mangio, leggo e aspetto
Aspetto che quelle gocce scivolino via, lontano, o almeno a qualche metro da me
Ho riaperto il blog dopo alcuni mesi e ho trovato un commento:" Keiko torna a scrivere"
Ecco. E' stato come ricevere un abbraccio: qualcuno si è accorto della mia assenza, un'assenza non voluta ma imposta da uno stato d'animo mai provato.
Sono disincarnata
Avrei voluto scrivere" ero o sono stata", invece è ancora un tempo al presente
Non percepisco alcune parti di me, non comprendo alcuni sentimenti, non tollero più altri atteggiamenti
Sono disincarnata
Ma torno a scrivere
E inizio con questo presupposto e tornerò a leggere quel commento:" Keiko torna a scrivere" e lo farò, perchè la sento quella vibrazione dentro lo stomaco, sento quel bisogno di comunicazione imperfetto che tanto amo, sento quella frenesia dei tasti pigiati senza pensare più di tanto: pancia e istinto
Devo solo aspettare che le gocce scivolino via

giovedì 12 gennaio 2017

Ti amerò fino ad ammazzarti






Questa ragazza, ultima ma non ultima di una serie infinita, alla quale il "fidanzato" ha dato fuoco, mi ha dato molto da pensare.
Primo tra tutto ho ripensato alle donne degli anni '70 che vedevo manifestare,  farsi arrestare, disposte a tutto per rivendicare i sacrosanti diritti al divorzio, alla possibiltà di avere rapporti sessuali con diversi uomini senza essere per forza puttane, alla forza e determinazione con la quale protestavano il diritto all'autonomia, al diritto che una donna è un essere umano anche senza uomini al fianco o con uno diverso ogni sera. Le loro lunghe gonne, gli zatteroni, gli occhialoni scuri e i cappelli a larghe falde, ritornano nei miei ricordi lungo  via Nazionale con una carica della celere, mentre io ragazzina con i codini gridavo. " Tremate, tremate, le streghe son tornate!", strattonata via da mia madre, mentre i fumi dei gas lacrimogeni ci toglievano il fiato.
Ecco.
Cosa è rimasto di questa lotta, di questa guerra vinta dopo decine di battaglie perse?
Le ragazze di oggi si sentono nullità senza un paio di pantaloni al fianco: uno status simbol, questo è ormai l'uomo: io celo e tu?
E gli uomini?
Quarant'anni fa davano delle puttane alle femministe, oggi le danno direttamente fuoco, o le accoltellano o le acidificano.
Qualche problema c'è.
Uomini sappiate che la vostra donna non vi appartiene: sta con voi ma non è vostra come la macchina o la casa, non avete fatto un rogito, un atto notarile: si sta insieme finchè la bilancia è equa, quando comincia a pendere troppo da una parte ci si lascia. Punto.
Si vive benissimo anche da soli, con un gatto, con un cane, con un harem, basta che ci si renda conto che non si possiede nessuno.
Inutile dare la colpa alla società, ai figli mammoni, alle ragazze esageratamente precoci, ai genitori spazzaneve che spianano la strada da ogni possibile ostacolo: uomini e donne troppo fragili. Perchè? Questo sarebbe interessante sapere.
E togliersi dalla testa quell'insano e pericoloso pensiero che si uccide per troppo amore. Si uccide perchè si è assassini. E basta.

venerdì 6 gennaio 2017

L'antipatica: la nuova rubrica che mette in mutande chi lo merita.

Presunzione è il tuo nome!



Inauguro in questo giorno di gaudio che ben mi si addice, una nuova rubrica: essa è dedicata a tutti coloro che in qualche modo hanno atteggiamenti veramenti intollerabili che poi diventano ridicoli.
Vado ad esporre.
L'anno scorso proprio di questi giorni commento con una battuta ( un celeberrimo aforisma di un personaggio illustre) un post su FB: succede la fine del mondo! Una persona che non c'entrava poi molto non essendo chiamata direttamente in causa da nessuno mi inoltra mail dove mi cita infiniti articoli di legge per i quali potrei essere denunciata ed eventualmente, tramite i suoi numerosi legali processata; essa, la persona, si è sentita oltraggiata, diffamata, dileggiata, calunniata e tutto ciò tramite un aforisma...
Cerco la sua mail, non ricordavo nemmeno che cognome avesse, e mi scuso, nella consapevolezza di non aver fatto tutto quello che essa ( la persona) afferma, ma non mi piacciono le situazione così assurde e taglio corto porgendo le scuse; mi risponde di nuovo che ci deve pensare se accettarle o meno e comunque valuterà il mio comportamento per adire le vie legali. La persona in quanto editore ha un mio manoscritto, come altri decine di editori ed ovviamente subito dopo mi informa che il manoscritto non le piace e comunque avevo già saputo daterzi  che benchè approvato era stato poi cassato. Siccome sono peace e love ma non scema, ho portato tutto il pc con le mail e il commento che ha scatenato tutta questa sceneggiata dell'assurdo ad una mia amica che di mestiere è avvocato penalista patrocinante in Cassazione: legge attentamente il tutto con gli occhiali calati sul naso, ogni tanto mi guarda e ricomincia a leggere; poi chiude il pc e mi dice:" Mai fidarsi di chi parla di se in terza persona: ci sono gli estremi per una denuncia per violenza privata, che faccio vado?" Ovviamente le ho detto di no e di bersi un bel tè.
Passa quasi un anno.
Per un evento infelice riprendo i contatti con un cugino perso di vista quasi 35 anni fa, lo rivedo in compagnia di un signore molto distinto al quale faccio poco caso.
Dopo una settimana mio cugino mi telefona proponendomi un incontro in un bar del centro insieme a questo suo amico perchè ha voglia di conoscermi.
In breve la situazione è questa: seduti in una dei locali più chic di Roma, anche poco a mio agio devo dire, apprendo che questo signore è uno dei più importanti editori d'Italia, uno di quelli ai quali porteresti il tuo manoscritto in ginocchio camminando sui sassi e mio cugino è il suo braccio destro. L'uomo è di una signorilità ed eleganza mai conosciute, mi dice che cercando in internet ha letto qualcosa di mio e lo ha molto apprezzato; mi spiega il suo punto di vista sulla nuova editoria, su quelli che s'improvvisano editori, giudici, scrittori affermati e lì, in quel preciso momento, ho preso la palla al balzo.
Ebbene lui conosce essa ( quella persona) perchè lo ha inondato di manoscritti che lui ritiene insulsi, ha detto proprio insulsi, ed ha saputo che negli anni si è autopubblicata fondando prima una casa editrice a pagamento ( orrore) e poi un circolo per poveri illusi che si bevono le sue farneticazioni  (riporto le sue parole). Mi dice che ha letto qualcosa dei suoi coscritti ( li chiama così gli autori che pubblica) e li trova decisamente scarsi, banali, privi di nerbo, in parole povere degni di essa ( la persona), riporto sempre testuali parole.
Bene, dopo un anno mi sono proprio sentita meglio: un'Epifania dell'anima!
Facciamo gli scribacchini e non gli scrittori, cerchiamo tutti di ricordarlo e chi edita si faccia un bagno di umiltà e d'intelligenza.
Ah... dimenticavo: ovviamente non sono all'altezza della sua casa editrice, ma io lo sapevo e non ci ho nemmeno pensato di mandargli un mio manoscritto: perchè conosco bene i miei limiti, al contrario di altri.